
Lo dico senza mezzi termini: nessuno di noi ha ancora raggiunto la perfezione.
E qualcuno potrebbe dire: «Ma va, c’era bisogno di dirlo?». Eppure, se siamo onesti, spesso viviamo come se lo dimenticassimo. Perché una cosa è riconoscerlo a parole, un’altra è accettarlo quando si tratta di noi stessi.
Quando sbagliamo, quando ricadiamo nelle stesse debolezze, quando diciamo o facciamo qualcosa di cui poi ci pentiamo… è lì che quella voce interiore torna a farsi sentire: «Perché sono nuovamente caduto?».
Anche l’apostolo Paolo visse la stessa lotta interiore:
Il bene che voglio non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. (Romani 7:19)
Pensa per un momento a questo.
Uno dei più grandi uomini di fede che conosceva la volontà di Dio, amava Dio, serviva Dio… riconosceva l’esistenza di una lotta interiore.
Se persino lui affrontava questa battaglia, allora significa che la caduta non è un segno di fallimento né la prova che Dio ci abbia abbandonato. Significa semplicemente che siamo umani.
E quando lo riconosciamo davvero, cambia anche il modo in cui guardiamo ai fallimenti. Perché a quel punto la domanda non è più solo “perché cado?”, ma diventa un’altra: cosa devo fare quando cado?
Ed è proprio qui che diventano importanti parole come quelle di Proverbi:
Il giusto cade sette volte e si rialza, ma gli empi sono travolti dalla sventura. (Proverbi 24:16)
Chi è un giusto?
Una delle più grandi menzogne della religione è che il giusto sia una persona che sbaglia poco, che ha sempre tutto sotto controllo e che riesce a vivere una vita spirituale senza grandi cadute. Ma se fosse così, questo versetto non avrebbe alcun senso. Perché mai dovrebbe parlare di un giusto che cade sette volte?
Infatti la Bibbia insegna qualcosa di diverso. Il giusto non è qualcuno che viene dichiarato tale per la sua perfezione, ma per la sua fede:
Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. (Romani 5:1).
E poco dopo, ci viene anche mostrato che il giusto non coincide con l’idea di una persona perfetta:
Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire. (Romani 5:7).
In altre parole, il giusto non è qualcuno che non cade mai; è qualcuno che è stato riconciliato con Dio, che appartiene a Cristo. Certo, questa fede produce un cambiamento reale nella vita: genera il desiderio di piacere a Dio e di camminare con Lui. Ma la giustizia non si basa sulla performance, bensì sulla grazia di Dio.
Cadere sette volte
A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma quante volte può cadere un credente prima che Dio si stanchi di lui?” Oppure: “Esiste un limite oltre il quale non ci si può più rialzare?“
Proverbi 24:16 risponde anche a questa domanda, ma lo fa in un modo sorprendente.
Se leggiamo attentamente il versetto, notiamo un dettaglio che spesso passa inosservato: non viene detto quante volte cade l’empio— spoiler: l’empio è chi non crede in Gesù —, mentre viene specificato quante volte cade il giusto.
Per molto tempo ho pensato che l’empio fosse quello che cade continuamente, mentre il giusto cadesse solo poche volte. Ma il testo non dice questo.
Perché il numero sette, nella Bibbia, viene spesso usato per indicare completezza o totalità. Non va quindi inteso in senso letterale, come se il giusto cadesse esattamente sette volte. Piuttosto l’idea è che il giusto possa cadere in modi e momenti diversi.
Leggendolo così, il proverbio ci porta a una conclusione sorprendente che l’empio potrebbe perfino cadere meno volte del giusto. Questo perché il “sette” non limita il numero delle cadute del giusto, ma sottolinea che esse possono ripetersi molte volte nel corso della sua vita.
Però il punto del proverbio non è stabilire chi cade di più e chi cade di meno. La vera differenza emerge dopo la caduta. Il giusto, pur inciampando ripetutamente, non rimane a terra ma si rialza . L’empio, invece ne resta sopraffatto.
