Le trappole dell’attenzione

Sai perché il domatore usa una semplice sedia per tenere a bada un leone?

Non perché la sedia abbia qualcosa di speciale ma perché il leone, vedendo le quattro gambe davanti a sé, perde il focus. Gli occhi saltano da una gamba all’altra, l’attenzione si spezza, si divide… e in quel momento la sua enorme potenza si disinnesca.  Il leone non è debole, è semplicemente distratto, quanto basta perché il domatore ne prenda il controllo.

È curioso come proprio questo ci aiuti a capire cosa significa davvero distrazione. La parola viene da dis-trahere, che significa “tirare in diverse direzioni”, “dividere”. Non si tratta solo di perdere tempo, ma di perdere concentrazione e forza. Esattamente ciò che succede al leone, la sua energia c’è ma non va tutta nella stessa direzione.

E indovinate un po’? Succede lo stesso a noi.

Noi siamo il leone, perché dentro di noi vive lo Spirito di Dio, il domatore è il diavolo e la sedia sono quei piccoli “mezzucci”, quelle distrazioni che Satana spesso ci piazza davanti per indebolirci senza che ce ne accorgiamo. E così, la nostra attenzione si divide,  restiamo ipnotizzati da mille “gambe di sedia” che ci portano lontano da ciò che conta davvero.

E allora, proprio come il leone, invece di usare la potenza che abbiamo dentro, rimaniamo bloccati a fissare quattro gambe di legno… lontani da ciò che conta davvero.

Quando la mente corre via

Conosciamo tutti la storia delle due sorelle nel Vangelo di Luca, Marta e Maria.

Marta era tutta presa dai mille impegni della casa, indaffarata e distratta, mentre Gesù parlava. La sua mente saltava da un compito all’altro, e la sua attenzione era divisa.

A un certo punto, Gesù si rivolge a lei con parole che tutti ricordiamo:

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, mentre una sola cosa è necessaria. (Luca 10:41)

Spesso pensiamo: “Eh, certo, Marta era solo impegnata, Maria invece era la brava ragazza che ascoltava”. Ma se ci fermiamo un attimo, scopriamo qualcosa di più profondo. Il verbo greco che Luca utilizza quando Gesù parla dell’”affanno” di Marta è merimnáo, che significa “strappata via, tirata in diverse direzioni”.

Come a dire che Marta non era solo occupata: era distratta dentro, lontana dall’unica cosa che contava davvero, Gesù. E dietro questa distrazione possiamo intravedere un trucco del nemico: farci perdere la concentrazione su ciò che è veramente importante, riempiendo la mente e il cuore di cose che sembrano legittime, perfino necessarie.

Sia chiaro, Gesù non stava rimproverando Marta per essere attiva. Il problema era il turbinio dentro di lei, quel continuo correre che la portava a perdere di vista l’essenziale.

E come se non bastasse, la frenesia di Marta la portò persino ad arrabbiarsi con Maria, e disse a Gesù:

“Dille che mi aiuti! Mi ha lasciata sola a servire!”(Luca 10:40)

 Il contrasto tra le due sorelle ci mostra quanto la distrazione possa tirare via l’attenzione da ciò che conta davvero.

E questo è esattamente quello che Gesù disse nel sermone sul monte:

Non siate in ansia per la vostra vita… (Matteo 6:25)

Anche qui, il verbo greco usato è merimnáō.

Tradotto alla lettera, Gesù sta dicendo: “Non lasciatevi tirare da più parti; non permettete alla vostra mente di essere divisa.”

Dalla distrazione alla meditazione

E allora qual è il rimedio? La Scrittura ci indica una via chiara:

Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. (Giosuè 1:8)

Dopo la morte di Mosè, tutta la responsabilità ricadde su Giosuè, che doveva guidare il popolo nella Terra Promessa, abitata da città fortificate e dai temuti giganti Anakiti. Dio sapeva che la sua mente poteva cedere allo sfinimento: gestire milioni di persone dal “collo duro” e capire come conquistare quella terra non era un compito semplice.

Ma proprio nel momento in cui Giosuè avrebbe avuto più bisogno di una strategia militare, Dio lo sorprese chiamandolo alla meditazione.

Ed è qui che arriva un dettaglio sorprendente. Dio non disse a Giosuè: “Leggi il Libro della Legge”, ma “meditalo”. Perché leggere, può diventare un’azione distratta.  La meditazione, invece, è fermarsi, tornare sul testo, lasciarlo risuonare dentro. Non a caso la parola ebraica usata per “meditare”, hagah, significa pronunciare, mormorare, parlare a bassa voce.

Per questo Dio disse a Giosuè: “Questo Libro della Legge non si allontanerà dalla tua bocca” non dalla tua mente. Ovviamente, non parliamo di recitare versetti in modo meccanico. È molto di più.

Il Re Davide lo descrive così:

“Il mio cuore ardeva dentro di me; mentre meditavo, un fuoco divampò. Allora parlai con la mia lingua.” (Salmo 39:3)

Prima la Parola arde nel cuore, poi nasce la dichiarazione che porta vita.

Se per Giosuè “la Legge” era la rivelazione ricevuta da Mosè, per noi oggi quella Legge è la Parola rivelata pienamente in Cristo. Meditare significa dimorare nel Vangelo, ascoltare le parole di Gesù, permettere allo Spirito Santo di imprimere nel cuore ciò che Cristo ha compiuto per noi.

Qualcosa di simile lo sperimentò Blaise Pascal, celebre matematico francese del XVII secolo. Il 23 novembre 1654, mentre meditava il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, visse un incontro personale con Dio che cambiò la sua vita. Raccontò un’esperienza intensa:

Dalle dieci e mezza circa di sera fino a circa mezz’ora dopo mezzanotte, FUOCO.
Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti.
Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesù Cristo…
Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia.

Pascal comprese che non basta conoscere Dio con l’intelletto è il cuore acceso dalla Parola, che trasforma davvero la vita.

Amico, la nostra vita prospera davvero quando mettiamo la Parola al primo posto.

Tutto il resto — gli impegni, le sfide, le cose da fare — lasciamolo nelle mani di Dio. Quando scegliamo la Parola, lo Spirito Santo ci dà forza, e diventiamo come un leone pieno di vigore, pronti a vivere con coraggio e potenza divina.

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