Ama il tuo prossimo come te stesso

C’è un versetto, in una lettera che mette in guardia dai rischi della Legge, che sembra quasi fuori posto. Arriva mentre Paolo sta parlando di grazia, di libertà, della fine di un sistema basato sulle opere, e proprio in quel contesto tira in ballo un comandamento della Legge.

È uno di quei momenti in cui ti fermi e pensi: aspetta un attimo… qualcosa non torna.
Perché Galati è il testo che più di tutti difende la grazia. Eppure, proprio lì dentro, trovi scritto:

poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». (Galati 5:14)

La reazione spontanea è cercare di incastrare tutto in fretta, come se Paolo stesse dicendo: in fondo un po’ di Legge ci serve ancora. Ma è davvero questo il punto? O stiamo leggendo il versetto con le lenti sbagliate?

Una misura troppo umana

Amare il prossimo come te stesso è una legge bellissima. È un comandamento giusto, sacrosanto, e chiunque lo insegni bene sta dicendo qualcosa di buono. Ma, diciamolo chiaro: è pur sempre una legge umana, tratta dalla Legge di Mosè (Levitico 19:18).

Per migliaia di anni, gli ebrei hanno cercato di osservare questo comando. E come è andata? Nessuno è riuscito a vivere secondo quella misura perché quella legge non è stata data per salvarci, ma per farci vedere la nostra impotenza.

Immagina un bambino che cerca di saltare più in alto di un muro molto alto. Più ci prova, più si accorge di non riuscirci, non importa quanto si sforzi. Quella legge, “ama il prossimo come te stesso”, è come quel muro alto. È una misura troppo grande per noi, una misura troppo perfetta per i nostri limiti umani.

Ecco perché Paolo cita proprio questo comandamento nella Lettera ai Galati. Non lo usa per imporre un’altra legge da seguire, ma per mostrare quanto sia impossibile vivere senza la grazia. Sta dicendo ai Galati: “Guardate questi predicatori della Legge: parlano di amore, ma non riescono neanche a praticarlo da soli. Non fatevi ingannare, la legge non salva”. (Galati 5:15)

In altre parole, il comandamento di amare il prossimo è una misura troppo umana. È una legge buona e giusta, ma non ha la capacità di portarci a Dio.

Forse a questo punto stai pensando: “Ma scusa, Gesù ne ha parlato…” E se ne ha parlato Lui, allora dobbiamo sicuramente obbedire al Suo insegnamento.

Una nuova misura

Gesù ha parlato spesso del comandamento di amare il prossimo, ma raramente ci fermiamo a considerare il contesto in cui lo faceva: quello dell’Antico Patto. Quando gli fu chiesto quale fosse il centro della Legge, indicò due comandamenti fondamentali: amare Dio e amare il prossimo (Matteo 22:36–40). Quello era il punto più alto della Legge di Mosè.

Amare il prossimo è un ideale bellissimo. Se fosse davvero possibile viverlo pienamente, il mondo sarebbe irriconoscibile. Eppure la realtà ci dimostra che, per quanto ci proviamo, falliamo. Non perché il comandamento sia sbagliato, ma perché si appoggia su una capacità che l’uomo, nella carne, non possiede.

Per questo Gesù non è venuto a darci una versione migliorata della Legge, ma qualcosa di completamente diverso. Ha introdotto una nuova misura dell’amore:

34 Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. (Giovanni 13:34)

Non più: ama il tuo prossimo
Ma: ama gli altri come io ho amato te

Gesù chiamò questo un comandamento nuovo, perché nasceva da una fonte nuova. Il vecchio comandamento chiedeva all’uomo di produrre amore; quello nuovo invita a riceverlo.

La Legge di Mosè funziona sulla base della prestazione: ti chiede di amare, anche quando sei vuoto, stanco o ferito. La Legge di Cristo, invece, inizia da un’altra direzione: ti invita a rimanere nel Suo amore.

Eppure, molte persone dicono cose come: “Dobbiamo osservare la legge dell’amore” o “Dio ci comanda di amare il prossimo”. Ma no! Quello che dovremmo fare, invece, è ricordarci quanto siamo amati. Perché, come Paolo ci ricorda: è la bontà di Dio che ci spinge al ravvedimento (Romani 2:4). Non è il nostro sforzo, non la nostra forza, ma l’amore di Dio che ci trasforma dall’interno.

Quando riceviamo l’amore di Cristo  senza condizioni, senza sforzo  qualcosa cambia dentro di noi. L’amore non è più un obbligo, ma una conseguenza. Non scorre dalla forza di volontà, ma dall’abbondanza della grazia.

E così ci ritroviamo ad amare davvero: i nostri prossimi, le persone difficili, persino chi ci ha fatto del male.

Non per dovere.
Non per legge.
Ma per grazia.

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